Sharing Economy, cosa vuol dire?

Si parla molto di “sharing economy” o economia collaborativa . Ma cosa si intende con questo termine?

E’ un sistema dove i beni e i servizi non occorre possederli, li si usa solo quando se ne ha bisogno, pagando in proporzione.

Uno dei profeti di questa nuova economia fu Jeremy Rifkin, con la sua idea che “l’accesso” conta più dei titoli di proprietà. Un altro studioso della sharing economy è Arun Sundararajan, docente alla Stern School of Business della New York University. Secondo Sundararajan “siamo di fronte a un nuovo tipo di capitalismo, dalla proprietà tradizionale dalle grandi marche di un tempo, si passa ad un sistema di accesso, su basi più paritarie”.

Possiamo dividere l’economia collaborativa in quattro settori.

1) Il consumo collaborativo

La collaborative consumption suggerisce nuovi modelli di consumo che spaziano dal riutilizzo, al baratto, all’impiego di risorse utilizzate in maniera inefficiente (la cosiddetta capacità inutilizzata). Rientrano in questo gruppo aziende come BlaBlacar nel settore del carpooling, Airbnb per l’affitto di appartamenti, HomeExchange.com  leader dello scambio casa, Ebay, le italiane Sailsquare, per le vacanze in barche, e Gnammo per il social eating.

 

2) Il Crowdfunding (Finanziamenti Collaborativi)

Il crowdfunding, un esempio di finanziamento collaborativo, fa in modo che un progetto venga finanziato grazie alla contribuzione della cosiddetta folla (crowd), quindi da un grande numero di persone. Esistono due tipologie di crowdfunding: il reward crowdfunding e l’equity crowdfunding.

Le piattaforme reward-based danno ai loro utenti la possibilità di mettere in prevendita i loro articoli ( o servizi) in cambio di “ricompense”, senza dover sacrificare il capitale sociale. Mentre quelle equity-based, danno la possibilità ad un gruppo di investitori di finanziare startup o piccole aziende in cambio di alcuni titoli, facendoli quindi diventare proprietari di una parte del business. Ogni piattaforma di crowdfunding trattiene una commissione percentuale.

Fonte: netnografica

3) La produzione collaborativa

Comunemente nota come peer production, la produzione collaborativa introduce un nuovo modo di “produrre” beni e servizi che fa affidamento su una comunità di individui che cooperano volontariamente per raggiungere un obiettivo comune. La peculiarità di questa forma di collaborazione è che gli individui che decidono di prenderne parte non sono membri della stessa azienda o istituzione. Questo implica che la “collaborazione” avvenga fuori dagli orari di lavoro.

Ciò che rende la produzione collaborativa così semplice è la sua “apertura”. Infatti i beni ed i servizi realizzati, prevalentemente di natura informatica e digitale, possono essere copiati e modificati senza restrizioni eccessive. Esempi di produzione collaborativa sono il sistema operativo GNU/Linux, l’open hardware Arduino.

4) L’ apprendimento collaborativo

Grazie alla tecnologia e ad internet, possiamo acquisire nuove capacità e conoscenze muovendo semplicemente un dito. Ai curricula open-source, risorse didattiche aperte in formato digitale con licenze che ne permettono il riutilizzo, la modifica e la distribuzione (per citare wikipedia), si aggiungono piattaforme collaborative come SkillShare.  Skillshare è un esempio di peer-to-peer learning. La piattaforma non solo permette ai suoi membri di seguire o di creare delle lezioni, ma anche di confrontarsi online e offline, stravolgendo il modello tradizionale di e-learning e rendendolo più collaborativo.

La stessa Wikipedia può essere definita una piattaforma di tipo collaborativo, gli utenti infatti non solo possono accedere a contenuti gratuiti ma proporre l’inserimento o la modifica di alcune voci.

 

Cosa si intende invece con Sostenibilità?

Il concetto di Sostenibilità riguarda tutti gli aspetti del vivere moderno, ma è possibile riassumerlo in alcuni punti ben definiti:

  • Sostenibilità economica: intesa come capacità di generare reddito e lavoro per il sostentamento della popolazione.
  • Sostenibilità sociale: intesa come capacità di garantire condizioni di benessere umano (sicurezza, salute, istruzione) equamente distribuite per classi e genere.
  • Sostenibilità ambientale: intesa come capacità di mantenere qualità e riproducibilità delle risorse naturali.
  • Sostenibilità istituzionale: intesa come capacità di assicurare condizioni di stabilità, democrazia, partecipazione, giustizia.

Tutti questi punti sono in stretta relazione tra di loro.

 

La scommessa della Sostenibilità è possibile se nessuno di questi punti viene dimenticato. Ovviamente l’attore principale è l’uomo, il singolo ma anche le istituzioni.
La definizione più formale di sostenibilità è data dal “rapporto Brundtland”:

« Lo sviluppo sostenibile, lungi dall’essere una definitiva condizione di armonia, è piuttosto processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali  »
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