Si fa presto a dire “sharing economy”

Quali sono i costi sociali di queste nuove forme di consumo?

Prendere una casa in affitto su airbnb o scambiare casa per le vacanze,  pagare un autista affiliato ad Uber o prendere un passaggio tramite BlaBlaCar, utilizzare un servizio bike-sharing o ascoltare musica su Spotify  hanno in comune una cosa: la messa in condivisione di risorse private (la mia casa, la mia auto, la mia musica  ecc.), pratiche che già da tempo erano possibili.

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Ciò che però è nuovo nella “sharing economy” è la scala a cui avvengono questi scambi. Le nuove piattaforme online di social networking permettono una elevata quantità di scambi non più soltanto tra amici e vicini ma tra persone completamente estranee, in molte parti del mondo.

C’è sicuramente un grande cambiamento culturale in atto legato  alla consapevolezza che non possiamo continuamente comprare oggetti che invece si possono condividere  ma anche un reale cambiamento dello stile di vita delle nuove generazioni di consumatori/lavoratori  che enfatizzano  la leggerezza, il nomadismo, il rifiuto della proprietà e del lavoro fisso come valori positivi, che vengono per questo chiamati “digital nomad”.

Prerna Gupta , una giovane imprenditrice e “angel investor” di successo ha scritto un articolo in cui racconta di come lei e il marito hanno girato il mondo abitando solo in case prese in affitto su Airbnb e lavorando ovunque grazie ad Internet.

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Prerna Gupta appartiene alla privilegiata élite globale che ha avuto accesso alle migliori università del mondo e può permettersi di lavorare ovunque ci sia una connessione internet. Se le élite del passato ostentavano il proprio status superiore attraverso consumi vistosi, le nuove élite hanno trasformato il consumo vistoso in “esperienza vistosa” (partecipare a queste esperienze è considerata una manifestazione di status tra le élite tecnologiche californiane).

Prerna Gupta racconta nel suo articolo con una lista di motivi per cui “condividere” è meglio che “avere”:

1) La proprietà è un problema: Prerna non  immagina di avere una casa per non dover avere a che fare con tutte le problematiche relative alla gestione di una cosa così grande e costosa;

2) tutti sanno che la sua generazione, detta anche generazione Y, è poco interessata a impegnarsi seriamente. L’idea di diventare matti per vivere in un solo posto è deprimente;

3) Essere freelance sta diventando uno stile di vita;

4) L’ampiezza dei nuclei familiari sta diminuendo e con esso il bisogno di sistemarsi in un posto fisso;

5) Alla generazione Y piacciono sempre più le stesse cose nello stesso momento ma i loro gusti cambiano velocemente e quindi è meglio prendere in prestito le cose che trovarsi in mano cose che non ci piacciono più.

E’ proprio la diffusione di questi nuovi stili di vita o che ha permesso la diffusione esponenziale delle pratiche di consumo collaborativo e l’affermarsi di stili di vita non orientati alla proprietà.   s_eLa Sharing Economy  si è inserita in un contesto sociale dove la precarietà è ormai la condizione comune delle nuove generazioni. I free lance e i precari di tutto il mondo hanno visto negli strumenti della Sharing Economy una sorta di  ammortizzatore sociale che gli stati nazionali liberali occidentali non vogliono più garantire.

Gli esclusi dalle forme di sicurezza sociale hanno iniziato ad arrangiarsi sfruttando economicamente gli appigli offerti dalla Sharing Economy.

Come la nascente classe operaia del mondo industriale ottocentesco ha creato le sue forme di mutuo soccorso (poi incorporate dallo stato sotto forma di welfare state), oggi i freelance e precari della nuova economia digitale si auto organizzano in nuove forme di cooperazione per affrontare la durezza della vita da imprenditore di se stesso .

Ma qual’è il costo sociale di questa nuova offerta?

È innegabile che i servizi della “Sharing Economy” che molti di noi utilizzano sempre più spesso rappresentano, dal lato del consumatore, un’offerta di servizi più efficienti ed economici, ma qual è il costo sociale di questa offerta più razionale e a portata di mano?

Il miglioramento dei servizi al consumatore va di pari passo con il peggioramento delle condizioni dei lavoratori della Sharing Economy: il paradigma dell’efficienza, del rating collettivo dei servizi, della libertà di impresa personale tipico della Sharing Economy porta in realtà nella direzione di un’esasperazione della figura del self made man, dell’uomo neoliberale che è potenzialmente libero di intraprendere qualsiasi impresa personale ma senza alcuna rete di protezione per chi non ce la fa.  La Sharing Economy di Uber e Airbnb è al momento un paradiso per viaggiatori e cercatori di passaggi e un inferno per chi è costretto ad affittare se stesso e tutto quello che ha senza alcun diritto né garanzia. È il sogno realizzato del neoliberismo, finalmente capace di esternalizzare tutti i rischi d’impresa sul corpo dell’individuo, senza alcun dovere di compensazione.

Il 22 ottobre c’è stato il promo sciopero nella storia della Sharing Economy: in varie città americane e a Londra uno sparuto gruppo di autisti di Uber ha spento la app ed è sceso in strada per protestare contro  paghe da fame, innalzando slogan come “15 ore di lavoro in cambio di bassi stipendi”. Si lamentano gli autisti di Uber, si lamentano i tassisti tradizionali, così come si lamentano gli albergatori. Certo, è difficile simpatizzare per i tassisti e gli albergatori, ai quali associamo spesso il ricordo di pessimi servizi molto costosi, tipico di ogni mercato non competitivo, ma la deregulation totale nella quale agiscono Uber e Airbnb altrettanto dannosa.

L’errore più grande che stiamo facendo è quello di chiamare, con la parola Sharing Economy, tutta una serie di attività che solo apparentemente hanno la condivisione come tratto comune. La maggior parte di queste attività in realtà, sono delle “rental economies”, delle economie basate sull’affitto di beni e servizi attraverso delle piattaforme tecnologiche proprietarie e commerciali.

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