Obsolescenza programmata: come ingannare il consumatore e danneggiare l’ambiente

Gli oggetti vengono prodotti per durare poco e per costringerci a comprare anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Quando e dove nasce l’obsolescenza programmata? Come combatterla?

L’obsolescenza programmata o pianificata in economia industriale è una strategia volta a definire il ciclo vitale di un prodotto in modo da limitarne la durata a un periodo prefissato.

 
La procura di Parigi indaga

Se ne è parlato recentemente poichè la procura di Parigi ha aperto recentemente  un’inchiesta penale, aggiungendo al delitto di obsolescenza programmata anche il reato di truffa, in un’inchiesta contro Apple sulla durata delle batterie degli iPhone.  Ma non c’è solo questo: la procura di Nanterre, sempre Francia, ha dato il via ad un’inchiesta per il delitto di obsolescenza programmata delle stampanti Epson, Canon, HP, Brother: secondo l’accusa il tampone assorbente in alcuni casi indica anticipatamente e falsamente il proprio fine vita  e la stampa si blocca con la scusa che le cartucce sarebbero vuote mentre c’è ancora inchiostro. Tutto è partito dalla denuncia dell’associazione francese  HOP  contro l’obsolescenza programmata.  Il colosso Usa ha recentemente riconosciuto di rallentare volontariamente i vecchi modelli di smartphone.

 

La storia dell’oblescenza programmata

Come il documentario sotto citato ci ha racconta la storia ha inizio quando, nel 1924, il Cartello Phoebus, lobby dei principali produttori occidentali di lampadine, portò una standardizzazione nella produzione delle lampadine ad incandescenza in commercio, al fine di limitarne la vita a circa 1.000 ore di esercizio.

Il termine «obsolescenza pianificata» è comparso per la prima volta in letteratura nel 1932 quando  il mediatore immobiliare Bernard London propose che fosse imposta alle imprese per legge, così da poter risollevare i consumi negli Stati Uniti durante la grande depressione.

Quando, negli anni trenta, i ricercatori dell’azienda chimica DuPont riuscirono a creare il nylon, una nuova fibra sintetica molto resistente, questa fu utilizzata per creare calze da donna che si smagliavano molto più difficilmente di quelle esistenti. Poiché la durabilità delle calze era eccessiva e dannosa per gli affari, la DuPont incaricò i propri tecnici di indebolire la fibra stessa che avevano creato.

Più tardi il designer statunitense Brooks Stevens reinterpretò il concetto di obsolescenza pianificata dandogli una nuova definizione: «l’instillare nell’acquirente il desiderio di comprare qualcosa di appena un po’ più nuovo e un po’ prima di quanto sia necessario».

Piuttosto che creare manufatti poveri che sarebbero stati sostituiti in breve tempo, l’idea di Stevens era di progettare prodotti sempre nuovi che utilizzassero le moderne tecnologie e generassero nuovi gusti e necessità. Stevens ha, poi, sempre dichiarato di non considerare l’obsolescenza programmata come una sistematica produzione di rifiuti: egli supponeva, invece, che i prodotti sarebbero finiti nel mercato di seconda mano, dove sarebbero potuti essere acquistati da persone con un potere di acquisto inferiore.

Un danno per l’ambiente

Serge Latouche, il noto economista e filosofo francese, ha definito l’obsolescenza pianificata uno dei tre «pilastri che sostengono la società dei consumi» insieme a pubblicità e credito. Latouche, sostenitore della decrescita felice, afferma  che l’obsolescenza programmata sia un espediente deplorabile per aumentare infinitamente i consumi e, con essi, la crescita fine a sé stessa, nociva sia per l’uomo sia per la Terra.

Soprattutto nel caso di prodotti elettronici, primi fra tutti cellulari e computer particolarmente difficili da smaltire, stanno causando l’esportazione di grandi quantità di rifiuti tossici dai paesi sviluppati in Africa, mascherati come prodotti di seconda mano che vengono smaltiti in modo del tutto illegale  anti-ecologico.

In Francia una legge contro l’obsolescenza programmata

Molti movimenti ecologisti internazionali avversano l’obsolescenza pianificata in particolare per il problema che comporta per la sostenibilità dell’economia. Nel marzo 2013 un gruppo di senatori ecologisti francesi ha, infatti, proposto di vietarla per legge.  La Francia è stato il primo Paese a proibire questa tendenza  dal 2015 con una legge voluta dall’allora ministra dell’Ambiente Ségolène Royal. Le pene nei casi più gravi possono portare anche alla reclusione in prigione per il responsabile dell’azienda che ha ideato e dato corpo all’obsolescenza. La norma francese, entrata di diritto nel Codice del commercio, parla chiaro e definisce i contorni di quella che viene considerata una vera e propria truffa: il «delit d’obsolescence programmée» consiste nel programmare oggetti di varia natura, come stampanti o smartphone, perché si rompano dopo un certo numero di cicli .

La soluzione? I Repair Cafè

Una soluzione è sicuramente quella di consumare meno evitando di circondandosi di oggetti superflui; un’altra è stata cercata anche nei cosiddetti repair café, locali dove si può cercare aiuto per la riparazione artigianale di oggetti di consumo guasti. I repair cafè sono arrivati anche in Italia nel 2016, il primo a Roma, e si stanno diffondendo in tutta Italia.

Dove sono? In Italia di chiamano Restarters e li trovate qui: https://therestartproject.org/restart-in-italia/

 

 

 

 

 

 

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