Mi fido di te: come vivere meglio nell’era della sharing economy

Gea  Scancarello, giornalista e viaggiatrice, ha deciso di esplorare il mondo della sharing economy:  la mattina si sveglia in casa di sconosciuti, prende il caffè con loro e poi esce a lavorare. Li ringrazia con una stretta di mano e ha amici in tutto il mondo.

gea-scancarello

Nel libro “Mi fido di te”  raconta la sua esperienza: prima ho studiato; poi ha girato e provato. Ha affittato casa sua, recuperato cibo nei supermercati, dormito sul divano di decine di sconosciuti, si è improvvisa tassista, ho trasformato la sua cucina in un ristorante per qualche sera, ha affittato quello che le serviva e  messo a disposizione di altri i suoi oggetti e via discorrendo.  Ha, insomma, vissuto di economia collaborativa, in tutte le sue sfaccettature e possibilità. Con le paure, le insicurezze, le soddisfazioni e le scoperte tipiche di quando si fa qualcosa di nuovo per la prima volta.  Il libro racconta le sue storie (quelle che non ci stavano, aggiornamenti inclusi, sono nel suo blog www.paneesharing.it).

Mi-fido

In questo viaggio ha scoperto due cose:

la capacità della sharing economy di svilupparsi, radicare e prosperare nel nostro Paese dipende non dalla presunta famosa ritrosia degli italiani, bensì dall‘incertezza  delle regole dell’Italia.

La seconda invece riguarda tutti noi e il nostro desiderio di provare nuove esperienze collaborative: gli italiani  hanno molta voglia di provare. Non solo perché la crisi economica ha falcidiato le loro possibilità di spesa, e recuperare un po’ di soldi con i nuovi servizi fa comodo a tutti ma soprattutto perchè sono alla ricerca di nuove modalità di rapportarsi con gli altri.

 

Un estratto del libro (per gentile concessione dell’editore Chiarelettere):

Se a molti l’ipotesi di infilarsi uno sconosciuto in casa – o di infilarsi nella casa di uno sconosciuto – fa venire i brividi, a me dà e ha dato subito una certa sensazione di ebbrezza. Non saprei definirla se non come una specie di gioia primitiva, radicata nella consapevolezza di aprirmi al mondo e di testarne le possibilità. Quella leggerezza dell’essere che rende talvolta più incoscienti ma meno gravati dei pesi dell’ordinario, dei dubbi, delle paure e anche delle convenzioni sociali, instillateci dall’infanzia come assiomi incontrovertibili: come il timore dell’altro e la tutela assoluta dei propri spazi. Ragionando sulle persone che sarebbero potute arrivare a casa mia ho pensato ai potenziali intrecci, alle loro storie, al bagaglio di conoscenze e di contatti che si portavano dietro e che magari avrebbero potuto trasferirmi.

È probabile che il mio immaginario sia intessuto con una buona dose di romanticismo, ma l’ipotesi di scambiare parole e idee con degli estranei e di affidar loro il mio appartamento mi sembrava un modo per provare a uscire dal seminato, da un universo noto e consolidato, in favore del nuovo e dei suoi stimoli. Il tutto, per di più, ricevendo in cambio qualche decina o centinaia di euro. Il denaro, insomma, era la cornice pregiata di un quadro già di grande valore. E il quadro, a sua volta, era almeno in parte il risultato di un lungo processo di trasformazione sociocomunicativa, un mutamento travolgente, eppure spesso inconsapevole, che nell’ultimo decennio aveva investito tutti, o quasi.

Molto prima di ricevere il messaggio di Dejana, infatti, come quasi chiunque altro avevo avuto sui social network centinaia di scambi con persone che difficilmente avevo visto più di un paio di volte, talvolta nessuna. Avevo lasciato che degli sconosciuti leggessero le cose che scrivevo su un blog, dato loro accesso alle mie foto e commentato le loro.

Gli scambi arricchiscono la nostra vita Se a molti l’ipotesi di infilarsi uno sconosciuto in casa – o di infilarsi nella casa di uno sconosciuto – fa venire i brividi, a me dà e ha dato subito una certa sensazione di ebbrezza. Non saprei definirla se non come una specie di gioia primitiva, radicata nella consapevolezza di aprirmi al mondo e di testarne le possibilità. Quella leggerezza dell’essere che rende talvolta più incoscienti ma meno gravati dei pesi dell’ordinario, dei dubbi, delle paure e anche delle convenzioni sociali, instillateci dall’infanzia come assiomi incontrovertibili: come il timore dell’altro e la tutela assoluta dei propri spazi. Ragionando sulle persone che sarebbero potute arrivare a casa mia ho pensato ai potenziali intrecci, alle loro storie, al bagaglio di conoscenze e di contatti che si portavano dietro e che magari avrebbero potuto trasferirmi.

È probabile che il mio immaginario sia intessuto con una buona dose di romanticismo, ma l’ipotesi di scambiare parole e idee con degli estranei e di affidar loro il mio appartamento mi sembrava un modo per provare a uscire dal seminato, da un universo noto e consolidato, in favore del nuovo e dei suoi stimoli. Il tutto, per di più, ricevendo in cambio qualche decina o centinaia di euro. Il denaro, insomma, era la cornice pregiata di un quadro già di grande valore. E il quadro, a sua volta, era almeno in parte il risultato di un lungo processo di trasformazione sociocomunicativa, un mutamento travolgente, eppure spesso inconsapevole, che nell’ultimo decennio aveva investito tutti, o quasi.

Molto prima di ricevere il messaggio di Dejana, infatti, come quasi chiunque altro avevo avuto sui social network centinaia di scambi con persone che difficilmente avevo visto più di un paio di volte, talvolta nessuna. Avevo lasciato che degli sconosciuti leggessero le cose che scrivevo su un blog, dato loro accesso alle mie foto e commentato le loro.

Avevo scambiato pareri professionali o giudizi sui locali in cui andare a bere la sera. Avevo contribuito a sponsorizzare alcune iniziative, dato aiuto a chi me lo chiedeva e chiesto parecchi favori. Avevo insomma esposto la mia vita privata in modo molto profondo, ricevendone in cambio alcune scocciature, un paio di amicizie e qualche proficuo contatto lavorativo. Airbnb, per molti versi, non faceva che formalizzare una tendenza già presente nella mia quotidianità: fidarsi e affidarsi al prossimo per soddisfare un bisogno. Una tendenza che negli ultimi anni ha subito un’accelerazione, diventando il caposaldo di un sistema economico emergente: la sharing economy, termine-ombrello che in italiano è generalmente tradotto come economia della condivisione o economia collaborativa. Salutare i modelli di consumo del passato

Di cosa si tratta esattamente? Difficile dirlo con precisione: una definizione unica e univoca non è ancora stata trovata ed è forse impossibile da fornire, vista l’eterogeneità della materia. Sotto il cappello della sharing economy sono nate iniziative molto diverse tra loro, sia per vocazione sia per risultati. In linea di massima, si tratta di progetti che vogliono scardinare i tradizionali modelli di consumo, e spesso anche di produzione, puntando sui rapporti diretti tra persone (peer-to-peer) grazie all’utilizzo della tecnologia.

Si possono offrire agli altri i nostri beni e i nostri spazi mettendoli a frutto economicamente. Si condividono risorse e tempo, per esempio viaggiando insieme, risparmiando e conoscendo persone nuove. Oppure si sostituisce il possesso di qualcosa con la possibilità di noleggiarla quando serve, come le auto con il car sharing urbano. In alcuni casi, questi servizi modificano le filiere tradizionali che vanno dal consumatore al produttore; in altri creano nuovi mercati di riferimento. Spesso, inoltre, possono cambiare perfino l’idea di comunità. Parte di questa trasformazione è stata così naturale che a fatica ce ne siamo resi conto. Non ricordo l’ultima volta che ho comprato un disco; da anni raramente ascolto la musica mettendo un compact disc nel lettore o anche solo caricando un mp3: nella maggior parte dei casi, mi limito ad andare su Internet e ad aprire Spotify, un’immensa libreria musicale digitale gratuita. Spotify e altri servizi di musica in streaming sono diventati così comuni che a un certo punto Ikea ha ridotto la produzione dei porta-cd: nel 2011 la domanda era calata talmente tanto che l’azienda ha mandato in soffitta le colonnine che erano state una costante dell’arredamento delle mie case di studentessa.

Oggi succede qualcosa di analogo in altri settori. Airbnb e simili stanno cambiando l’offerta di alloggio, fornendo la possibilità di affittare la casa di estranei semplicemente con un messaggio. UberPop e competitor mandano in crisi i tassisti e i vecchi sistemi di trasporto urbano, permettendo a ciascuno di offrire passaggi sulla propria vettura. I siti come Gnammo danno ai turisti (e non solo) un’alternativa ai ristoranti, proponendo cene in case private organizzate dai proprietari. Portali già famosi o relativamente recenti, poi, mettono in contatto persone vicine e lontane per consentire loro di viaggiare insieme, di condividere i pasti, di offrirsi aiuto reciproco, ospitalità o beni di prima necessità, dai vestiti agli

strumenti di lavoro. Tutte queste piattaforme, per lo più diverse tra loro, hanno in comune la componente tecnologica: si tratta di siti e applicazioni semplici, accessibili dagli smartphone, che permettono in pochi istanti di prenotare o offrire il proprio servizio. I pagamenti sono spesso digitali, con carte di credito e account di PayPal che si appoggiano su solidi sistemi di criptaggio. Il principio fondante non è nuovo: la cooperazione e gli scambi esistono da sempre. Internet, la diffusione dei telefoni iperaccessoriati e la rapidità delle connessioni hanno però reso tutto immediato, estremamente facile e, dunque, rilevante a livello socioeconomico: cambiano i modelli di consumo, ognuno può mettere a frutto quello che fino a quel momento era stato soltanto un costo e si fa strada un concetto di rete in cui l’aiuto o la disponibilità reciproca sopperiscono alle mancanze delle strutture tradizionali. L’economista americano Jeremy Rifkin, noto per aver azzeccato molte previsioni socioeconomiche, si è spinto a dire recentemente che «gli indicatori della grande trasformazione che porterà a un nuovo sistema economico sono ancora contenuti e in larga misura sporadici, ma il Commons collaborativo sta già prendendo piede, ed entro il 2050 diventerà nella maggior parte del mondo il principale arbitro della vita economica».1

Secondo Rifkin, quindi, nei prossimi trentacinque anni l’economia collaborativa – che lui chiama Commons collaborativo – in tutte le sue forme potrebbe soppiantare il capitalismo come ce l’hanno fatto studiare a scuola e come l’abbiamo conosciuto in decenni di acquisti, vendite e transazioni economiche di ogni tipo. Non so se abbia ragione e nemmeno se lo scenario che propone sia verosimile. Ma dopo la mia prima esperienza con Airbnb ho deciso di toccare con mano.

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Benvenuto! Non dimenticare di iscriverti alla Newsletter cliccandoQUI
+