L’età del caos: la sharing economy ci salverà?

“L’età del caos” è un interessante libro di Federico Rampini in cui si parla di futuro e di sharing economy. È così che viene definita la nostra epoca dal noto giornalista che vive negi Stati Uniti dove lavora come inviato per  La Repubblica.

etàcaos

Il libro parte da una considerazione molto importante sul periodo storico che stiamo vivendo: siamo le prime generazioni testimoni di un evento del tutto inaspettato e cioè la fine del dominio dell’uomo bianco sul pianeta che si aprì con l’epoca delle grandi scoperte e a cui seguirono le conquiste coloniali.

Ma la storia fa tornare alla ribalta paesi  che già lo sono stati cinque secoli fa, quando era Cindia (Cina + India)  il baricentro del mondo, l’area più ricca e avanzata, oltre che la più popolosa.  Siamo però ora   in una fase di transizione, in uno di quei periodi instabili e pericolosi dove l’ordine antico sta franando e di un ordine nuovo non c’è neppure una traccia.

Il declino relativo dell’America non è stato compensato dal sorgere di un avvenire radioso di altre potenze mondiali. Modelli alternativi non ce ne sono e prevalgono coalizioni occasionali fra risentimenti anti-occidentali. Cinesi o russi, arabi o africani, possono elencare facilmente i lunghi torti storici che hanno subito dall’Occidente ma non hanno però elaborato la visione di un altro mondo da costruire.index
Il Caos può quindi essere visto come un principio dinamico, il motore di una nuova era e di un sovertimento mondiale. I veri protagonisti del futuro sono i guerriglieri o imprenditori delle start-up  che vedono nell’instabilità la nuova norma, pensano al Caos come a un’opportunità. La “distruzione creatrice” della Silicon Valley californiana ne è un esempio. In quel mondo dell’imprenditorialità più dinamica, a San Francisco, il vocabolo in voga è “disruptive”. Per essere un protagonista devi essere dirompente, devastante, distruttivo.

Il Caos può diventare per noi un’opportunità? Che cosa possiamo imparare dalla mappatura del Disordine dominante?

Crisi e opportunità sono una parola sola, in mandarino. Il filosofo greco Socrate, nel ritratto che ci tramanda Aristofane con la commedia Le Nuvole , considerava il Caos come una divinità.
Non c’è da stupirsi, se i più giovani, i più trasgressivi, i più creativi tra di noi sentono nel Caos una promessa di illimitate possibilità. Un mondo non-determinato, un mondo dove minuscoli cambiamenti oggi possono produrre grandi conseguenze domani: perché mai dovremmo vederne solo il negativo?

sharing economy

In questo contesto si è diffuso un nuovo modo di concepire la “proprietà” noto come “sharing economy”.

La dimensione della sharing economy cresce di giorno in giorno, sotto i nostri occhi. Uno studio della PwC US Consumer Intelligence ha cercato di stimarne l’impatto qui negli Stati Uniti. Secondo questa ricerca il 57% degli adulti americani dichiara che “l’accesso è la nuova forma di proprietà”, i quattro quinti sostengono che “è più vantaggioso affittare anziché possedere”. La ricerca di PwC definisce la sharing economy come “un ecosistema emergente che monetizza delle capacità produttive sotto- utilizzate, o privilegia il prestito, l’affitto, lo spezzettamento di micro-competenze“. La stessa definizione aggiunge che “è un sistema costruito sulla fiducia reciproca, la collaborazione”. Il progresso tecnologico ha reso più facile diffondere la sharing economy, abbassando le barriere d’ingresso a queste attività. Il 19% della popolazione americana dichiara di avere usato la sharing economy direttamente, con punte più elevate nella fascia di età fra i 18 e i 24 anni.

Affittare anziché possedere, è la soluzione più razionale quando non sei sicuro di quale sarà il tuo posto di lavoro o il tuo reddito nei prossimi mesi. Fra i tre benefici più apprezzati della sharing economy, sempre nella ricerca PwC, l’86% dei consumatori mette l’aspetto dei costi: “questi servizi rendono la vita meno cara”. Segue il senso di appartenenza: per il 68% la sharing economy “costruisce comunità più coese”.

Al terzo posto praticità e comodità: il 43% dei consumatori americani ormai considera che “la proprietà è un onere, non è efficiente”. Basti pensare a cosa significa essere padroni di un’automobile a Manhattan: tra divieti di sosta, rimozioni e multe salatissime, costi proibitivi dei parcheggi, tariffe assicurative salate, è un vero incubo.

Cosa rende davvero virtusa la sharing economy?

Non si può banalizzare la sharing economy come un semplice passaggio dalla proprietà all’affitto. Altrimenti non ci sarebbe nulla di nuovo. I taxi esistevano già, come le compagnie di autonoleggio. Anche l’industria alberghiera in fondo è l’alternativa tradizionale e antichissima alla proprietà della seconda casa nei luoghi di villeggiatura.

Per capire cosa rende davvero nuova ed anche “virtuosa” la sharing economy, Rachel Botsman individua cinque ingredienti:

1) deve sprigionare il valore di capacità inutilizzate o sotto-utilizzate, in cambio di benefici monetari o extra- monetari;

2) l’azienda che fornisce questi beni o servizi deve avere una missione trasparente;

3) la piattaforma che mette in contatto fornitori e utenti deve prevedere diritti da ambo le parti;

4) deve esserci un chiaro vantaggio nell’accesso a beni e servizi, rispetto ai costi della proprietà;

5) infine l’attività deve svolgersi su mercati diffusi e network decentrati che creino un senso di appartenenza ad una comunità.

Sundararajan, insieme con una équipe di ricercatori della New York University, hanno pubblicato uno studio secondo il quale la sharing economy può beneficiare chi ha meno risorse. Offre una “ripartizione del benessere” che va a vantaggio dei ceti mediobassi. “Ha un effetto nettamente più positivo – si legge in questa ricerca – verso i consumatori dai redditi modesti, i quali non potrebbero permettersi la proprietà di certi beni, ma riescono ad avervi accesso”. Il commentatore economico Paul Mason su The Guardian è arrivato a definire la sharing economy come “l’anticamera del comunismo digitale”.

Dell’opinione opposta è l’economista Robert Reich, uno dei più autorevoli esponenti della sinistra americana. Reich, che insegna all’università di Berkely in California, è convinto che la sharing economy sia parte di un’evoluzione generale, verso un capitalismo sempre più segnato dallo sfruttamento e dalle diseguaglianze. Lui vuole analizzare il fenomeno della sharing economy in un contesto più ampio dove le altre tendenze sono l’accelerazione della robotica, l’automazione e l’uso dell’intelligenza artificiale, il ricorso delle imprese a manodopera esterna, la diffusione di mansioni free-lance. “Voi vorreste vivere  –  ci interpella Reich  –  in un’economia dove i robot faranno tutto quello che può essere programmato in anticipo, e tutti i profitti andranno ai proprietari dei robot? Nel frattempo agli esseri umani resteranno solo i lavori imprevedibili, chiamate all’ultimo momento, piccole mansioni richieste a tutte le ore, remunerate pochissimo”. Lui ridefinisce la sharing economy come “l’economia della condivisione delle briciole”. Dice che “i nuovi software consentono di suddividere e frazionare i lavori in tante piccole particelle, delegandole alle persone solo quando servono, appaiando utenti e fornitori dei servizi online, con sistemi di apprezzamento e pagelle sulle app; i veri profitti vanno ai padroni del software, le briciole alla manodopera”. Reich vede nella sharing economy il coronamento di un processo iniziato trent’anni fa quando le grandi imprese cominciarono a delocalizzare, a scorporare mansioni all’esterno, a trasformare il lavoro dipendente in una parcellizzazione di collaboratori, consulenti. “Il risultato principale  –  conclude  –  è quello di scaricare sui lavoratori tutte le incertezze e tutti i rischi”.

Nel ceto politico, perfino in America, il dibattito sulla sharing economy è ancora alla preistoria. Uno dei pochi ad occuparsene con una certa costanza è il senatore Mark Warner, democratico della Virginia. Lui si pone il problema della sostenibilità del Welfare State, in un sistema dove si assottiglia il lavoro dipendente. Secondo alcune proiezioni entro il 2020, cioè fra soli cinque anni, quasi la metà dei lavoratori americani saranno free-lance, o avranno contratti ad hoc, di breve durata, a tempo determinato, come le consulenze e le collaborazioni esterne. Chi usa questi lavoratori non avrà obblighi particolari di accantonare fondi per le loro pensioni o per la loro assistenza medica. Questi problemi sono ancora assenti dai radar dei governi, la cui attenzione è attirata solo dalle proteste di lobby e corporazioni (tassisti, albergatori) contro i nuovi arrivati della sharing economy.

Mobility Experiment: Ford Carsharing, Germany

Se ci fosse bisogno di una conferma che la sharing economy è una forza irresistibile, la Ford ha deciso di lanciare il suo programma di car-sharing. In un mercato dove i giovani non possono più permettersi di comprare l’auto, o non sono più interessati a possederne una, anche questo gigante storico dell’industria è costretto a trarne le conseguenze. “Uso flessibile, trasporto urbano su domanda”, i neologismi sono tanti, la realtà sottostante è che la Ford sa di non poter tornare indietro. La generazione Millennio è troppo diversa dai genitori e dai nonni.

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