Ospitalità: In Italia cresce la voglia di condividere

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Secondo l’indagine CAWI condotta da Nextplora per conto della compagnia SARA Assicurazioni, l’agenzia ufficiale dell’Automobile Club d’Italia, più di un terzo degli italiani è pronto a condividere la propria casa. Nonostante il tradizionale legame con le mura domestiche, il 39% dei nostri connazionali metterebbe infatti in comune spazi e ambienti con altre persone. E un ulteriore 16% non esclude di farlo nel prossimo futuro.

Le paure più diffuse?

Quella di ospitare persone maleducate e poco rispettose (59%) e di perdere la propria privacy (36%)

L’ospitalità, una questione vecchia come il mondo

Nell’antica Grecia esisteva il culto dell’ospitalità, ma soprattutto della sacralità dello straniero. Lo straniero era un inviato degli dei, e se non fosse stato trattato con rispetto la disgrazia si sarebbe abbattuta sulla casa.

Il forestiero doveva ricevere ospitalità gratuita, essere trattato con riguardo e ammirato per l’esperienza che portava con sé, proprio perché i suoi racconti rappresentavano una finestra sul mondo. Nell’antica Roma invece lo straniero venne visto con una certa diffidenza; più tardi venne accolto senza riserve, da famiglie ricche che potevano così mostrare la loro ricchezza ma allo stesso tempo essere aggiornate su ciò che succedeva nel mondo.

Il concetto di ospitalità trae quindi origine da queste antiche forme di viaggio, ancora prima che il viaggio assumesse i connotati e le caratteristiche commerciali che abbiamo conosciuto nei tempi moderni.

La nascita dell’ospitalità pubblica

Ad un certo punto della storia all’ospitalità gratuita privata si aggiunge quella a carattere pubblico, destinata alle autorità statale o ai messaggeri: a differenza della Grecia infatti, a Roma i viaggi venivano effettuati più per ragioni politiche.

Nel primo cristianesimo l’accoglienza era riservata ai fratelli nella fede, fede che veniva comprovata attraverso domande. In seguito l’offerta di ricovero venne estesa a tutti, anche se continuava a permanere comunque una grande differenza tra ricchi e poveri.

Il carattere gratuito dell’ospitalità continuò a resistere fino al XII secolo, quando i forestieri più abbienti cominciarono a preferire l’alloggio a pagamento. Tali primi alberghi possono essere paragonati agli attuali ostelli.

Si cominciò così a diffondere l’esigenza di poter diversificare le caratteristiche dell’alloggio, in modo tale che ognuno potesse scegliere consapevolmente ciò che era più adatto alle proprie esigenze economiche. Nel XVI secolo gli alberghi decisero di costituirsi in corporazioni, regolate da uno statuto. Qualche secolo più tardi divennero mete turistiche per eccellenza quelle che riuscirono a fornire tutto quanto richiesto dalla domanda turistica moderna: ai classici alberghi si aggiunsero villaggi vacanza, centri termali e altri tipi di strutture recettive.

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Il fenomeno house sharing in Italia

L’house sharing sembra essere entrato anche nelle abitudini degli italiani sempre restii a condividere i loro spazi domestici: in Italia comincia ora a prendere piede, considerandolo una fonte di guadagno “alternativa”, ma anche un’occasione per conoscere gente nuova, stringere amicizie e condividere esperienze.

Ospitare in casa propria persone, si rileva dai risultati dell’Osservatorio, è un modo alternativo di vivere la propria casa, specialmente nei periodi di vacanza. Anche agli italiani, tradizionalmente molto legati alle mura domestiche, sta iniziando a entrare in testa (e a volte nel cuore) l’idea di aprire la propria casa a estranei.

 

I dati della ricerca

Più di un terzo dei nostri connazionali (il 39%) si dice infatti pronto a condividere la propria casa con nuovi ospiti, mettendo in comune spazi e ambienti. Per alcuni potrebbe essere un buon modo per integrare il proprio reddito (13%), per altri un’opportunità per fare nuove conoscenze (11%) mentre un ulteriore 16% non esclude di farlo nel prossimo futuro.

Il dato, sottolinea Sara Assicurazioni, “è ancor più di rilievo se si considera che la casa resta ancora oggi il luogo per eccellenza della nostra intimità”, quello in cui ci si sente sereni e rilassati (71%), ma anche un bene affettivo (46%), da trasmettere ai figli (21%). Il 62% degli intervistati ritiene addirittura che gli italiani siano molto più legati alla propria casa rispetto all’estero, mentre il 23% è convinto che stiamo cambiando anche noi, anche se non come i nostri cugini oltrefrontiera.

Se da un lato, dunque, una fetta importante degli italiani guarda con interesse all’house sharing, sono ancora numerosi i connazionali restii ad aprire la propria porta agli estranei (46%). Le ragioni? In primo luogo la diffidenza: il 25% non si fida di chi può entrare in casa, mentre un ulteriore 21% afferma categoricamente di non essere intenzionato a condividere la propria abitazione con nessuno al di fuori della famiglia.

Favorevoli o meno che siano, gli italiani intervistati ammettono come non sia facile condividere la propria casa con ospiti che non si conoscono: il 59% del campione teme di ospitare infatti persone maleducate e poco rispettose, mentre il 36% ha paura di perdere la propria privacy.

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