Cosa si intende con “sharing economy”?

Al centro del dibattito sulle possibili vie d’uscita dalla crisi oggi troviamo sempre più spesso il tema della Sharing Economy.

What is mine is yours, la “bibbia” della sharing economy

Secondo Rogers  e Botsman, autori di “What’s mine is yours”, testo chiave di questo nuovo approccio economico, la Sharing Economy promuove forme di consumo più consapevoli basate sul riuso invece che sull’acquisto e sull’accesso piuttosto che sulla proprietà. Si traduce con l’espressione “economia della condivisione”, benché ancora non ci sia una definizione univoca e sotto il cappello della Sharing Economy ricadano forme e prassi di condivisione e collaborazione anche molto diverse. Tuttavia, come è stato spesso sottolineato questa nuova modalità di consumo, figlia di un approccio più resiliente e partecipativo della cittadinanza e dei lavoratori alla crisi, sta aprendo nuove opportunità di sviluppo e crescita economica.

Botsman nel suo libro ha utilizzato il termine “collaborative consumption” e lo ha impiegato per descrivere un’ampia gamma di fenomeni quali baratto (swap), banche del tempo, valute virtuali, scambio di attrezzi, di terreni, condivisione di giochi, uffici, co-housing, co-working, couchsurfing, car sharing, crowdfunding, bike sharing, noleggio p2p, car pooling” ecc .

A suo dire “la sharing economy è un’idea destinata a durare, ma nel tempo si è dispersa l’idea di cosa sia e di cosa non sia. Il quadro sta diventando sempre più confuso e questo è un problema”.

La sua definizione è: “Un sistema economico basato sulla condivisione di beni o servizi sottoutilizzati, gratis o a pagamento, direttamente dagli individui. Buoni esempi: Airbnb, Cohealo, BlaBlaCar, JustPark, Skillshare, RelayRides, Landshare”. Significativa è l’introduzione dell’aggettivo “underused” in riferimento ai beni e servizi da condividere.

La definizione di sharing economy non è chiara e condivisa. La definizione vede contrapposto chi considera vera e propria condivisione di beni solo in assenza di transazione economica, e chi invece ritiene questo un dettaglio di una visione molto più ampia.

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Una prima definizione
Abbiamo chiesto ad alcuni esperti del settore di darci una loro definizione di sharing economy. Ecco cosa ne pensa Ivana Pais dell’Università di Milano:

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Si chiama “sharing economy” e si propone come un nuovo modello economico, capace di rispondere alle sfide della crisi e di promuovere forme di consumo più consapevoli basate sul riuso invece che sull’acquisto e sull’accesso piuttosto che sulla proprietà. Si traduce con “economia della condivisione”, un’espressione che richiama esperienze di lunga tradizione, soprattutto in Italia, dal mutualismo alle cooperative fino alle imprese sociali.

Come spesso accade ai fenomeni che godono di improvviso successo, sotto lo stesso cappello ricadono pratiche molto diverse tra loro. Per fare ordine, è utile individuarne i tratti distintivi.

Il primo è la condivisione, l’utilizzo comune di una risorsa, intesa come profilo distinto dalle forme tradizionali di reciprocità, redistribuzione e scambio.

Il secondo è la relazione peer-to-peer: la condivisione avviene tra persone (o organizzazioni), a livello orizzontale e al di fuori di logiche professionali, con una caduta dei confini tra finanziatore, produttore e consumatore.

Il terzo è la presenza di una piattaforma tecnologica, che supporta relazioni digitali, dove la distanza sociale è più rilevante di quella geografica e la fiducia è veicolata attraverso forme di reputazione digitale.

Se questi sono gli elementi comuni, le esperienze di sharing economy si differenziano lungo diversi assi.

Innanzitutto, le forme della condivisione: oltre allo sharing in senso stretto, si possono ricondurre a questo modello anche il bartering, inteso come baratto tra privati (swapping) o tra aziende, in un’ottica di reciprocità diretta o indiretta e il crowding, quando più persone contribuiscono alla creazione di un bene o un servizio, attraverso risorse creative (crowdsourcing) o finanziarie (crowdfunding).

A questo si lega strettamente l’oggetto della condivisione: beni fisici (mezzi di trasporto, dalla bicicletta alla macchina, fino alle barche e i tir ma anche vestiti, accessori, telefoni ecc.) o prodotti digitali (libri, film, canzoni, spettacoli), spazi (case e luoghi di lavoro/coworking), tempo/competenze, idee e denaro.

Segue il tempo: l’utilizzo condiviso può essere sincrono (es. divido la mia casa con un’altra persona) o differito (lascio la mia casa temporaneamente a un’altra persona).

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La proprietà è il criterio più controverso: il bene oggetto di condivisione può restare al proprietario (es. offro ospitalità a uno sconosciuto), cambiare proprietà (baratto la mia borsa con un paio di orecchini) o essere di proprietà di una parte terza rispetto alla rete tra pari (es. case automobilistiche e amministrazioni pubbliche che offrono servizi di car sharing).

Infine, il valore dei beni e servizi condivisi può essere determinato in denaro oppure attraverso crediti/monete complementari o, ancora, rientrare nell’ambito di una relazione di dono (come nel couchsurfing). Il prezzo può tenere in considerazione elementi spesso esclusi dalle logiche di scambio, come l’impatto inquinante di un oggetto non utilizzato.

La crescita della sharing economy sta ponendo interessanti questioni. Innanzitutto, ci si può chiedere quanto questo modello sia legato alla crisi oppure risponda a un ripensamento più strutturale dei rapporti tra economia e società. Uno dei dibattiti più accesi riguarda il rapporto tra distruzione di valore nei settori tradizionali e creazione di nuovo valore: l’ambito in cui questa ambivalenza si sta ponendo in forma più evidente è quello dei servizi di ospitalità (come Airbnb), che stanno mettendo in difficoltà il comparto alberghiero, mentre incidono positivamente sui consumi culturali e la ristorazione. Una possibile via d’uscita potrebbero essere forme di partenariato tra aziende tradizionali e piattaforme collaborative; in Italia stiamo assistendo alle prime sperimentazioni con Barilla-Gnammo e Adidas-Fubles.

Non da ultimo, la sharing economy sta ponendo sfide inedite al sistema regolativo. Le vecchie regole spesso non si applicano alle nuove dinamiche sociali ed economiche e rischiano di soffocare le innovazioni sociali e di mercato. Sono ormai numerose le iniziative prese a livello locale per risolvere le questioni sollevate dall’economia della condivisione nei singoli comparti, mentre inizia a farsi sentire la richiesta di interventi di più ampio respiro. E’ su questo terreno che si misurerà la forza di quello che si auto-definisce “movimento” della sharing economy.

Se è improbabile che la sharing economy sostituisca i modelli tradizionali, come auspicato da alcuni suoi sostenitori, ci si può aspettare che – nei prossimi mesi – le piattaforme di condivisione delle risorse possano rispondere a bisogni e desideri finora latenti e, aspetto forse più interessante, favorire l’innovazione dei modelli esistenti, sia profit che non profit. E’ dunque importante aprire tavoli di confronto, che coinvolgano anche la pubblica amministrazione, per valorizzare le opportunità offerte da questa prospettiva. 

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